Maurizio Bresciani (Viadana, 1973)

Biografia

La mia passione per la fotografia nasce nel 1979, grazie a una vecchia fotocamera di mio padre, e si sviluppa negli anni successivi. Dopo il diploma in grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte di Parma nel 1992, lavoro come assistente fotografo e successivamente come grafico pubblicitario in agenzie locali. Nel 2007, decido di intraprendere una carriera da fotografo freelance, specializzandomi in moda e spettacolo, collaborando con brand internazionali e celebrità italiane.

Seppur legato al mondo della fotografia, ho sempre nutrito un interesse profondo per l’arte, che nel 2020 si trasforma in un’esigenza creativa diretta. Inizio a sperimentare con la pittura, unendo la mia esperienza visiva alla ricerca estetica, dando vita a opere che non sono fotografie ma autentiche creazioni pittoriche. Il mio lavoro si caratterizza per l’uso dei puntini pittorici, che diventano l’elemento distintivo e ricorrente in ogni opera, creando un linguaggio unico che mescola precisione e astrazione. Questi puntini, impiegati per delineare forme e strutture, generano immagini che sembrano fluttuare tra il figurativo e l’astratto, in un gioco di luci e ombre che sfida le percezioni dello spettatore.

Ultime esposizioni

2021 – Mostra collettiva Concentrico Art Curata da Andrea Saltini – Luglio 2024 – Carpi (MO)

2022 – Mostra collettiva “IO” – Curata da Mirko Frignani ed Electra Galeotti – Aprile 2022 – Cavriago (RE)

2023 – Mostra collettiva “DOBLE” – Curata da Andrea Saltini – Settembre-Ottobre 2023 – Novi (MO)

Per approfondire

www.mauriziobresciani.it

instagram: mauriziobrescianistudio

Artworks

1.“Mussola”.      Volto bendato

 

Un volto bendato, avvolto come una mummia. Solo le labbra e il mento affiorano, residui scoperti di un’identità sopravvissuta. Il fondo è nero, punteggiato come una vecchia pellicola: graffi, imperfezioni, tracce di un ricordo che il tempo ha provato a cancellare.

 

Non è un volto rimosso, è un volto conservato. Protetto. Fasciato non solo dal dolore, ma dal bisogno di restare.

C’è vergogna, forse. Ma c’è anche volontà. Di durare. Di trattenere ciò che la memoria non può più raccontare.

 

L’immagine non parla. Ma grida nel silenzio.

Come fanno i ricordi troppo forti per sparire.

 

Puntino dopo puntino, prende forma il volto di una donna, inclinato verso l’alto, come una Madonna in preghiera. Una mano poggiata sul petto, tra i seni, esprime un dolore silenzioso, mentre una luce radiante sembra illuminare il suo volto, contrastato da un fondo nero che la avvolge. Il legno è graffiato e inciso, come una gabbia che imprigiona l’immagine, richiamando la visione di una statua sacra dietro le barre di una piccola chiesa o di un altarino, protetta, ma inaccessibile. La figura osserva oltre le griglie, sospesa tra il divino e la sofferenza, come un’icona distorta dalla distanza, un’immagine di luce che, pur essendo visibile, resta prigioniera della sua stessa sacralità.

 

  1. “Venere del Mc”.        Ragazza su divano

 

Stesa su un divano in pelle color cammello, una donna nuda, generosa nelle forme e nello sguardo, si abbandona mollemente al suo ruolo di nuova icona. Non chiede di piacere: si impone, disarmante e fiera, come una Venere postmoderna. Il corpo, costruito da migliaia di puntini scuri, vibra tra carne e immagine, mentre l’ambiente esplode in colori pop – pavimento blu elettrico, sipario rosso fuoco, acrilico caldo e sfrontato.

 

Sulle labbra, una pennellata rossa sbavata: rossetto? Ketchup? È un segno d’appetito – sessuale, alimentare, esistenziale. “Venere del Mc” è una dea laica, nata nell’epoca del fast food e del body shaming, che sfida lo sguardo e digerisce ogni giudizio. Ingorda? Forse. Ma soprattutto libera.

 

3.“Non tutta la luce”  madonna rossa 

 

Su un fondo nero profondo, quasi eterno, affiora il volto di una figura femminile. È leggermente abbassato, come colto in una preghiera silenziosa. Ricorda una Madonna, ma la sua immagine è sfocata, ai bordi si dissolve, come se appartenesse più al ricordo che alla realtà.

 

Solo il rosso, vivo e brillante, attraversa l’ombra con delicatezza. Non ferisce, non impone, ma illumina. Rende la figura preziosa, quasi intoccabile. Un’apparizione che non si mostra mai del tutto, eppure resta.

 

Forse la domanda non è chi sia.

Ma cosa ci resta della luce, quando non riusciamo più a vederla chiaramente?

 

  1. “Nella bile del dazio”

 

Una figura femminile si slancia verso l’alto, come un tuffo rovesciato. Il corpo nudo, allungato, ricorda una sirena risalita da un abisso invisibile. Le braccia distese all’indietro evocano un gesto di abbandono o di offerta, ma il volto – tutta la testa – è cancellato da pennellate furiose di rosso sangue e bianco. Sono segni rabbiosi, istintivi, che graffiano la superficie come se volessero zittire, coprire, negare.

 

L’immagine appare velata, quasi trasparente, come una visione che si fatica a mettere a fuoco: una presenza in bilico tra corpo e spirito, tra emersione e dissolvenza.

 

“Nella bile del dazio” non è solo un titolo: è una ferita non rimarginata. Il gesto pittorico grida dove la figura tace. E ciò che resta, è tutto ciò che non è stato detto.

 

  1. “Falso Fandango di Scuse”

 

Una donna di spalle, il corpo abbandonato e sensuale, come colto in un istante rubato. La sua pelle non è carne ma memoria: prende forma da una trama di puntini, come se la figura fosse costruita da frammenti, da echi. Vista dall’alto, quasi senza volto, è presenza e assenza insieme. Tutto attorno, il fondo è nero, profondo, come uno spazio dell’anima dove le parole risuonano con più forza.

 

“Il falso fandango di scuse cucito all’osso” è inciso in bianco, netto, come un’accusa o un sussurro ormai inutile. Il blu e il rosso – due emozioni in collisione – colano dall’alto e invadono la scena, sporcano la pelle della donna come segni lasciati da qualcosa che non si può lavare via: rimorso, desiderio, colpa, verità.

 

Quest’opera non chiede perdono. Lo espone. E lo disintegra.

 

 

6.“Censura Involontaria”.      Busto con pennellate rosa

 

Il corpo di una donna, nudo e frammentato, emerge da una costellazione di puntini neri: irriconoscibile, impersonale, eppure vivo. È una figura che non chiede di essere vista, ma che si impone comunque allo sguardo. Sopra di lei, violente pennellate rosa acceso tagliano la superficie – non pudore, ma censura. Un tentativo istintivo di coprire ciò che disturba, ciò che attrae troppo, forse. Ma l’immagine resiste sotto il colore, si intravede, sfida. Non può essere cancellata. Non vuole essere compresa. Vuole solo essere lì, disturbante, irriducibile, presente.

 

7.“Cinis”  Madonna con cornice

 

L’opera, realizzata su una tavola di legno e incastonata in una cornice originale di fine Ottocento proveniente da una chiesa, raffigura una figura femminile a mezzo busto che richiama l’iconografia tradizionale della Madonna. Il volto della donna, leggermente rivolto verso l’alto, suggerisce un atteggiamento di elevazione spirituale o preghiera. La mano, posata tra i seni, introduce un gesto di intimità e introspezione, che evoca allo stesso tempo protezione, dolore e sacralità.

 

La superficie pittorica è stata lavorata con una tecnica puntinista in tonalità tortora, dalla quale emerge con delicatezza la figura. I tratti del volto e del petto sembrano illuminati da una luce interiore, quasi mistica.

 

Ma ciò che conferisce all’opera una forza drammatica e concettuale ancora più profonda è il processo stesso di creazione: dopo aver dipinto i puntini pittorici, l’artista ha bruciato la tavola. Il nero che avvolge la figura non è dunque un colore scelto, ma il risultato di un atto performativo e distruttivo, dal quale i segni pittorici emergono con nuova intensità. È una nerezza viva, bruciata, che contrasta con la delicatezza dei toni tortora e fa della luce qualcosa di conquistato, non concesso.

 

Sulla superficie annerita sono poi state incise delle linee a formare un reticolato, che lascia riaffiorare il legno sottostante. Questo reticolo richiama la struttura delle grate degli altarini popolari, dando l’impressione che la figura sia custodita – o intrappolata – dietro una barriera. Sacralità e costrizione si fondono, evocando l’ambivalenza della devozione: lo sguardo ammirato è anche distanziato, trattenuto.

 

La cornice d’epoca, proveniente da un contesto ecclesiastico, radica ulteriormente l’opera in una dimensione di memoria, culto e spiritualità popolare, creando un dialogo potente tra il gesto contemporaneo e la tradizione religiosa.

 

8.“Mai chiesto”               donna rosa con rossetto 

 

Dal fondo nero, denso e impenetrabile, affiora una figura. Non ha un nome, né un genere certo. È un corpo sospeso, tratteggiato da una costellazione di puntini, come se stesse riemergendo da un oblio forzato. I capelli sono raccolti, lo sguardo abbassato, gli occhi chiusi o forse spenti. Indossa un abito rosa, scollato, troppo. Come se fosse stato tirato, strappato, sistemato in fretta — o non fosse mai stato pensato per coprire davvero.

 

Il corpo è lì, ma sembra chiedere distanza. O rispetto.

Sopra le labbra, una pennellata rossa violenta — un gesto che non è trucco, ma deturpazione. Una macchia che urla. Una bocca segnata, interrotta.

 

Il legno, sotto, trattiene tutto: la bellezza, l’ambiguità, la colpa. L’identità è irrilevante. Resta solo il sospetto di ciò che è accaduto, di ciò che continua a riaffiorare anche quando il corpo tace.

 

L’opera non dà risposte. Ma non permette nemmeno di guardare senza sentire.

  1. “La forzuta”

L’opera raffigura una figura femminile in posizione eretta, mostrata di profilo, con le braccia sollevate: un gesto ambiguo che richiama sia un’espressione di forza – come nel gesto fiero di mostrare i muscoli – sia una vulnerabilità, come se fosse legata ai polsi e sospesa. Questa ambivalenza genera tensione e invita a riflettere sul confine sottile tra potere e costrizione, tra orgoglio e prigionia.

 

10.“Il giorno prima”                    Nuvole rosa e oro

 

Nuvole, viste dall’alto, si estendono su un pannello di legno come pensieri sospesi. Sono composte da una miriade di puntini pittorici, materia frammentata che, da lontano, si ricompone in un’immagine tanto familiare quanto straniante. I colori sono caldi – oro e rosa, come un tramonto che si riflette sulla coscienza prima che sul cielo.

 

Non è solo un paesaggio celeste. È un invito a guardare da una prospettiva diversa, più alta, più silenziosa. Qui, l’altitudine non è geografica, ma interiore: un luogo in cui tutto sembra rallentare, farsi leggero, e lasciare spazio alla domanda. Cosa vediamo davvero, quando ci solleviamo “al di sopra delle cose”? E cosa resta, quando la terra non è più sotto i piedi, ma dentro lo sguardo?

 

11.“Barbecue”

 

Un’opera di dimensioni monumentali, 2,40 metri per 3, che imprime un impatto potente e sconvolgente. Corpi di donne, distesi e avvinghiati in pose sensuali ed eleganti, si sovrappongono su un fondo nero profondo e materico. La bellezza delle figure femminili, dipinta in toni di beige caldo, sembra essere intrappolata in un gesto di violenza e distruzione.

 

Il legno, scuro e ruvido, è stato inciso dalla fiamma ossidrica, come se si volesse bruciare via l’immagine stessa della bellezza. Ma dalle “ferite” di questo fuoco emergono lamine d’oro brillante, come se la violenza del gesto avesse forgiato, invece di distruggere, qualcosa di ancora più prezioso. Il contrasto è struggente: la carne bruciata e l’oro, come una rivelazione che va oltre la distruzione.

 

L’odore di bruciato permane, lasciando una traccia olfattiva che rende l’opera ancora più viva, come se fosse stata appena forgiata. La bellezza femminile, seppur messa a nudo, trasformata e danneggiata, resiste, e da quella sofferenza emerge qualcosa di sublime e puro, come un’eco di riscatto che non può essere cancellata.